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1° Circolo didattico di San Benedetto del Tronto |
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Il recupero delle usanze perdute "La tradizione a tavola" |
| La cena della Vigilia di Natale |
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Il pranzo del giorno della vigilia doveva essere
rigorosamente frugale e "di magro", qualcuno
addirittura osservava il digiuno in attesa della cena molto
più importante. Si usava attendere la cena per riunirsi tutti insieme intorno alla tavola. I piatti che si preparavano e si consumavano erano naturalmente anch'essi "di magro" cioè non prevedevano l'uso delle carni e derivati: spaghetti al tonno e/o "angliò" (alici) baccalà in bianco oppure arrosto stoccafisso in umido e "fuje arefatte" (solitamente cime di rapa lessate e saltate in padella) anguilla arrosto insaporita con foglie di alloro "lauro" oppure anguilla in guazzetto con l'aceto (alla marinara) pesce fritto e/o arrosto con insalata di stagione "frittejiette" cioè frittelletti realizzati con cavolfiore, uva passa, mela, alici e baccalà immersi nella pastella e fritti frustingo, frutta secca e fresca |
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Consumata la cena che si protraeva fino a tardi, tutti pronti per
giocare a tombola: ognuno sceglieva le sue cartelle, uno solo
teneva il cartellone (di solito il capofamiglia) ed estraeva i numeri usando anche
un linguaggio colorito come 90, la paura; 47 il morto che parla; 88 l'occhialino
del conte... I numeri si segnavano con i fagioli secchi, i chicchi di mais, le lenticchie e pezzetti di buccia d'arancia. Di tombolata in tombolata si attendeva la mezzanotte per andare ad assistere alla santa messa che si annunciava col suono delle campane. Dopo la messa ci si scambiavano gli auguri con gli amici e/o i parenti poi tutti a casa a dormire. |
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La cena della vigilia rappresentava un pasto che tutti aspettavano,
una sorta di cenone, un vero e proprio rito per ogni ceto
sociale. Anche nelle famiglie modeste vigeva l'usanza di preparare tante portate, sebbene fosse rigorosamente vietato l'uso delle carni, le donne di casa cucinavano una grande varietà di piatti semplici e saporiti. Per sottolineare la tradizione la poetessa del luogo Bice Piacentini, a cui è stata intestata anche una scuola primaria della città, scrisse una poesia straordinaria ed efficace anche perchè in vernacolo, dal titolo: "La Vejìelìe de Natà" (da La donna sambenedettese - antologia poetica di Bice Piacentini). |
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La Vjìlie de Natà - Che ccucìne masséra? - Ccuse affatte! Nuje nne' ce 'bbadème a lu magnà... Ddò faciule 'nche ddò fuje arefatte, ddò maccarù'...'mmeccò' de baccalà... ddò frittejiette...Embè nen ji vù fa'? E lu frestinghe pure sòllu fatte; pèsce refritte...'nn'ùmmede, se sa, rròbbe de puche. Oh sci ! Chi ce scummatte Ddò vrecculitte allèsse, ddò santò'... Chi ce va 'rrète a 'ste minchionarì'? Jè pe' rrecurde pe' ddevoziò'. - Affùchete, Metì'! Nen ce 'bbadìve? E mmanche male! Se 'n jiève accuscì, Sammebedette 'intire te magnive! |
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La Vigilia di Natale "Che cucini stasera? - Niente affatto! Noi al mangiar non ci badiamo mai. Due fagioli, un cavolo rifatto, due maccheroni, un po' di baccalà; due frittelline non le vuoi fare? E il frustingo pure ho preparato. E pesce fritto, l'umido, si sa, ma solo poco. Oh sì, non va sprecato. Due broccoletti lessi, due sardoni... Ma chi va dietro a queste piccolezze? E' per ricordo, è per devozione". "E strozzati, Matilde, e non badavi...? E meno male. Se così non era, Sambenedetto intera ti mangiavi! |
| Testimonianza della maestra Bruna, esperta nel vernacolo e profonda conoscitrice dei personaggi del luogo |
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- Chi era Metè? - - Metè era la moglie di "Metelle", detto "lu purchettare" perchè veniva chiamato per assolvere un compito ingrato, quello di ammazzare i maiali quando era giunto il loro tempo. Era anche titolare e padrone di un negozio di alimentari sito quasi davanti all'antico caffé Sciarra - - Dove avvenne il curioso dialogo che così efficacemente ci descrive la poesia? - - In tutta probabilità in viale Secondo Moretti, l'attuale corso ed isola pedonale - - In quali anni? - - Circa cinquanta/ sessanta anni fa e cioè al tempo dei nonni dei bambini - |
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